Il borsino del tartufo la mappa del tartufo

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Il Tartufo Bianco pregiato , Tuber magnatum Pico è uno dei prodotti turistici italiani più riconosciuti nel mondo. La griffe gastronomica per eccellenza è anche tanto fragile e a rischio di sopravvivenza. L'abbandono delle aree marginali e la mancanza di una legislazione mirata alla gestione delle tartufaie determinano un costante decremento produttivo.

Il Centro Nazionale Studi Tartufo in collaborazione con l'I.P.L.A. ha curato l'azione di costruzione di reti ecologiche nell'ambito del “Piano di Sviluppo Locale Coulture di Langa” del GAL Langhe Roero Leader all'interno del Programma di Iniziativa Comunitaria Leader Plus 2000-2006, azione che prevedeva il recupero di tre tartufaie naturali: Monchiero, Barbaresco e Murazzano.

Le parcelle sono state caratterizzate mediante rilievi fitosociologici della vegetazione, rilievo dei principali parametri dendrometrici, con cavallettamento totale del soprassuolo (diametro soglia a 5 cm), analisi del suolo e prelievo di campioni radicali per l'analisi micorrizica.
I dati climatici sono tratti dal volume “Distribuzione regionale di piogge e temperature” (Regione Piemonte, 1998). Ogni parcella è stata suddivisa in 2 aree omogenee per caratteristiche ecologiche in cui la prima ha funzione di testimone (A), non trattata, la seconda di prova (B) e sottoposta a trattamento.

Si tratta di aree storicamente vocate alla produzione di tartufo bianco che in seguito ad eventi di varia natura, legate principalmente all'abbandono delle pratiche colturali, hanno subito una drastica riduzione della produttività.

Le parcelle sottoposte a sperimentazione erano tutte caratterizzate da un eccessiva densità del soprassuolo, rispetto ai parametri ritenuti idonei da studi specifici condotti sull'ecologia del tartufo bianco in Piemonte (Montacchini F., Caramello R., 1968) e dai risultati di sperimentazioni in campo tuttora in corso (IPLA, Regione Piemonte, rapporti annuali).

Spesso la prima causa del declino della produzione è proprio l'abbandono di alcune pratiche colturali che porta ad un eccessivo sviluppo della vegetazione. Ciò comporta da un lato la perdita di vigoria delle piante simbionti, per un aumento della concorrenza tra i soggetti arborei, e dall'altro una diminuzione della disponibilità di acqua e luce con progressivo accumulo di sostanza organica al suolo.

Nella parcella di Barbaresco si è proceduto ad un primo diradamento di tipo misto, di intensità non eccessiva, al fine di non creare modificazioni troppo repentine dell'ambiente, eliminando prevalentemente piante di robinia presenti nei piani arboreo superiore ed inferiore. Successivamente si è operata una riduzione della copertura arbustiva eliminando soprattutto il sambuco.

Anche presso Monchiero l'intervento è stato mirato alla riduzione della copertura del piano arbustivo, rilasciando unicamente alcuni nuclei di sanguinello e nocciolo, su una superficie di circa il 30%, essendo specie che possono contribuire a migliorare l'habitat del tartufo bianco; il sanguinello, indicato dai cercatori come specie accessoria, può contribuire al mantenimento di condizioni microstazionali favorevoli alla fruttificazione, mentre, il nocciolo, pianta ospite, può instaurare simbiosi micorrizica.

Inoltre per favorire l'infiltrazione nel suolo delle acque piovane, sul versante sono stati realizzati dei canali girapoggio, con una spaziatura di circa 3 m e profondità 10-15 cm.
Nell'estate 2005 si è effettuata la ripulitura della parcella di Murazzano che ha comportato l'eliminazione totale dei rovi e di una parte degli arbusti di sanguinello. Data la rada copertura offerta dal piano arboreo sono stati rilasciati gli arbusti di nocciolo.
I risultati di produzione ottenuti nella stagione 2004/2005 nelle due parcelle trattate nel 2004 sono incoraggianti: nella tartufaia di Barbaresco durante l'autunno/inverno 2004/2005 sono stati ritrovati 15-20 tartufi mentre in quella di Monchiero 4 tartufi, con pezzature piccole e medie.
(I dati forniti sono stati messi a disposizione dal Dott. Andrea Ebone I.P.L.A. SpA)

Un serio ostacolo alla sperimentazione è spesso costituito dalla possibilità di controllo della produzione che viene resa difficoltosa sia da episodi di bracconaggio sia dalla reticenza di alcuni cavatori che mal volentieri si prestano a rivelare il frutto delle loro ricerche.

Tuttavia essendo attualmente impossibile ottenere piante micorrizate in vivaio in grado di garantire la produzione, il recupero e la salvaguardia delle tartufaie naturali rimangono ancora gli unici validi sistemi per preservare sul nostro territorio il tartufo bianco.

Considerate le precedenti esperienze che hanno fornito degli ottimi risultati utili come punto di partenza, il Centro nazionale Studi tartufo ha avviato con l'Assessorato alla Montagna e Forestazioni della Regione Piemonte e con l'Unione Trifolao un che progetto intende riportare per quanto possibile la produzione di tartufo bianco pregiato in aree abbandonate del Basso Piemonte.

Sono state selezionate 15 tartufaie nelle province di Asti, Cuneo, Alessandria e Torino ed attualmente sono in corso le azioni di recupero. Le aree saranno connesse in in modo tale da creare una rete che attraverso interventi di tutela di diversa natura riesca a fornire uno spettro quanto più dettagliato possibile delle condizioni ambientali vitali per il Tuber magnatum Pico.

Il problemi legati alla produttività di Tartufo bianco pregiato sono molteplici, ma attraverso questi sopralluoghi, svolti di concerto con gli enti locali e le associazioni ed i consorzi di trifolao delle zone di pertinenza ci si accorge di quanto importanti siano i cambiamenti climatici che hanno portato una notevole carenza di acqua
Dal Punto di vista naturalistico il tartufo bianco è al centro di un sistema ambientale complesso, ed essendo la specie del genere Tuber più sensibile alle alterazioni sia pedoclimatiche che antropiche è anche il primo elemento a risentire di cambiamenti preoccupanti per tutto il sistema, da qui si evince l'importanza di tutelare e monitorare il contesto specifico di crescita e sviluppo del T. magnatum come mezzo per salvaguardare tutto il complesso sistema ambientale autoctono del quale fa parte.

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